Enzo Biffi Gentili

30 ottobre 2014 in Storytellers

Intervista a Enzo Biffi Gentili* a cura di G.Ghignone

In occasione della mostra FRANCO FERRERO: CHAIRS 1984-2014 con UNDESIGN: TIPI SEDUTI  che inaugurerà venerdì 31/10/2014 presso il MIAAO di Torino, abbiamo incontrato Enzo Biffi Gentili, curatore della mostra.

Circa vent’anni fa avevi realizzato una mostra sul tema “arte design”. Ci puoi raccontare in quale contesto era nata quella definizione e quali erano gli elementi che allora si potevano cogliere e che oggi si possono ritenere consolidati?
Da sempre era noto che  figure centrali del nostro design – il caso di Munari è emblematico – si definivano artista e designer, o lo erano nei fatti . Tuttavia non era mai stata compiuta una riflessione sull’estensione di questo eclettico approccio nella cultura del progetto. Così nel 1995 realizzai la mostra La sindrome di Leonardo. Artedesign in Italia 1940-1975, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e alla Pia Almoina  di Barcellona (il catalogo, pubblicato da Allemandi, purtroppo da molto tempo è esaurito). Mi inventai quel termine composto e saldato, artedesign, per dimostrare, con esempi storici molti dei quali inediti, quanto fosse frequente questo nostro particolare carattere nazionale, sino a configurare una tipica “identità italiana”, e a indurre persino a un’ interpretazione del design come la forma d’arte maggiore del nostro paese nel 900. Non sono più quei tempi, e non ci sono più quei personaggi, ma oggi è comunque più tollerata la violazione dei confini disciplinari.

Quali sono secondo te le differenze e i luoghi di contatto tra artigianato d’eccellenza e art design e come si può inserire in questo contesto il fenomeno dell’autoproduzione che si è progressivamente affermato in questi ultimi anni?
Non c’è dubbio che diversi artefatti prodotti nell’ambito dell’ art design possano essere considerati opere d’arte applicata. Di certo, non tutti. Perché l’arte applicata, secondo una definizione da me redatta nel 2002, ai tempi di Artigiano metropolitano, l’evento celebrativo, da me curato, del Centenario dell’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902,  e ufficialmente condivisa dal World Crafts Council Europe, aspira alla riproposizione di una techne intesa come capacità creativa, elaborazione progettuale  ma anche, necessariamente, come perizia esecutiva, come mestiere d’arte (pure con qualche deriva, un po’ pericolosa, verso una “mistica del materiale” e tecniche sofisticate sin quasi al maniacale, che colloca l’oggetto o nel lusso o nel ghetto…). Ridiscuterò con Ugo La Pietra e Beppe Finessi di questi temi nel convegno Il valore del mestiere che si terrà alla Triennale di Milano il prossimo 18 novembre.

Ci puoi raccontare com’è nata l’idea di questa mostra e quindi di tornare a parlare di art design?
Guarda, io non amo le mode, e oggi l’art design rischia di apparire “di tendenza”, con qualche eccessiva deriva commerciale. Quindi ho deciso di allestire questa mostra per far capire che si tratta di un fenomeno che ha una sua seria  storia alle spalle, anche se non tutta scritta, piena di precedenze, come quelle di Ferrero, inedite, a volte perturbanti e “pesanti”, e che non sono assolutamente solo più o meno spiritosi giochetti formali, come quelli di molti, troppi, odierni “fighetti” del design. Perché l’analisi del rapporto tra il sedere e il potere attraverso la creazione di artefatti, tipica di Ferrero, non fa sempre ridere.

Il lavoro di Ferrero affronta temi controversi con una lettura non priva di ironia; come si collega il progetto dello studio Undesign alle opere dell’artista?
Gli Undesign, pur essendo esponenti di una nuova generazione di progettisti, non da oggi sviluppano ricerche autonome, borderline tra arte e grafica, dichiarando esplicitamente o implicitamente le loro referenze: Bruno Munari, certo, è d’obbligo, ma anche  Carlo Frassinelli -una gloria torinese- visto non tanto nel suo ruolo di editore, quanto di sperimentatore di una “rivoluzione grafica”, da futurista “di sinistra”. Una figura della nostra cultura del progetto nella quale sia l’humour che l’ideologia avevano parti rilevanti.

In un’ottica di revisionismo storico-critico – anche ripercorrendo i movimenti artistici e le dinamiche produttive del design degli ultimi decenni – quali potrebbero essere a tuo modo di vedere altri artisti e/o artieri che potrebbero essere riscoperti come art designer ante litteram?
Per quanto riguarda la nostra Regione, notevolissima in questo settore “indisciplinato”, a suo tempo ne ho documentati molti in un volume che ho curato con Francesca Comisso e Luisa Perlo EccentriCity. Arti applicate a Torino 1945-1968 (Fondazione per il Libro la Musica e la Cultura e MIAAO, Torino 2003) a cui rinvio. E ho avuto la soddisfazione di rivedere alcuni di quegli artigiani torinesi, prima di fatto sconosciuti, selezionati per bella mostra curata da Beppe Finessi per il Triennale Design Museum, tuttora aperta a Milano, intitolata Il design italiano oltre le crisi. Autarchia Austerità Autoproduzione. Insomma, anche nella storia dell’autoproduzione, e dell’art design, l’eccentricità subalpina viene finalmente riconosciuta. Ma è un lavoro di ricerca che deve proseguire, a esempio nel settore dell’artigianato e dell’immaginario “meccanico” e automobilistico -mi pare ce ne sia bisogno, in tempi di FCA- e in quello del “lavoro digitale” (come ho iniziato a fare nella mostra Artieri domani alle OGR per Italia 150), e anche in settori più “tradizionali”: dopo la riscoperta di Franco Ferrero, dovremo rendere a esempio omaggio allo scomparso Urano Palma autore di altri “troni” impressivi e anticipatori, di alcuni artefatti concettualmente, fisicamente, esteticamente straordinariamente consistenti. È l’unico modo, quello di riscrivere o integrare capitoli della storia delle arti,  per saper distinguere gli oggetti davvero “simbolici”, promuovere una reale qualità espressiva anche nei giovani, e quindi difendere la “nuova frontiera” dell’art design. Altrimenti avrà ragione Zaha Hadid, che sull’art design ha testualmente dichiarato: “Non credo che quella sia arte. E’ una maniera per fare soldi, organizzare fiere, insomma un modo per creare valore commerciale (…) Io apprezzo molto quello che è riuscita a creare Ambra Medda al Miami/Basel. Però non confondiamo gli affari con la creazione artistica”. Non saprei dir meglio.

*Enzo Biffi Gentili tra fine anni ‘70 e inizio anni ‘80 promuove i Piani Regolatori del Colore e dell’Arredo Urbano della Città di Torino, collaborando professionalmente, tra gli altri, con Achille Castiglioni ed Ettore Sottsass. Da metà anni ‘80 inizia una produzione storico-critica sulle arti applicate e sul design che a oggi annovera più di trecento pubblicazioni. La sua prima mostra pubblica, L’Apprendista stregone, è presentata da Ernst Gombrich. Dal 1990 svolge una sistematica attività di curatore indipendente, con particolare attenzione ai problemi dell’allestimento in beni monumentali. Dal 1998 all’inizio degli anni 2000 è direttore artistico del progetto BTicino A Regola d’Arte. Monumenti Futuri esposto alla VII Biennale Internazionale di Architettura a Venezia e insignito di un Premio Guggenheim Impresa e Cultura. Nel 2001-2003 è commissario generale delle celebrazioni del Centenario della I Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902. Nei primi anni 2000 crea il Seminario Superiore di Arti Applicate/MIAAO a Torino, strutture che tuttora dirige. Nel 2011 cura una delle mostre ufficiali di Italia 150 alle OGR di Torino. Attualmente coordina un progetto triennale della Fondazione CRC dedicato al patrimonio architettonico e all’immaginario neogotico.