DESIGN E ARTE

30 dicembre 2013 in Random

La 55. Biennale di Venezia, l’unica manifestazione italiana di rilevanza mondiale, quest’anno diretta da Massimiliano Gioni con il titolo “Il Palazzo Enciclopedico”.

Il vantaggio di parlarne, dopo che tanti ne hanno già scritto, è di poter disporre degli innumerevoli pareri in rete, delle rassegne stampa, dell’opinione degli amici con i quali si è magari condiviso l’esperienza di una visita.
Una cosa è certa: nei giorni della vernice (quest’anno 29-30-31 maggio), quando tutti i personaggi che contano dell’arte contemporanea affluiscono a Venezia, la città riacquista il ruolo che le fu proprio quando era la prima potenza del Mediterraneo. Per alcuni mesi, la città diventa un laboratorio, aperto a tutti quanti vogliano condividere, sperimentare il lavoro degli artisti che sono presenti in laguna, nei luoghi istituzionali dei Giardini e dell’Arsenale ma anche e soprattutto nella miriade di spazi espositivi sparsi in tutta la città. L’arte diventa occasione per scoprire angoli appartati, palazzi, giardini come solo Venezia sa offrire.

La radicale trasformazione che coinvolto la città negli ultimi decenni non può essere colta sino in fondo da chi non l’abbia conosciuta negli anni tristi del dopo-alluvione (1966), quando si pensava che il declino e l’abbandono fossero l’unico destino possibile per questa città, anacronistica eppure l’unica davvero costruita a misura d’uomo. E la rinascita è passata attraverso la cultura, a dispetto di quanti pensano che la cultura non possa essere un fattore economico primario. Fondazioni d’arte (e i mecenati che le sostengono) hanno preso in mano la sorte di istituzioni in difficoltà, hanno restituito alla città parte dei suoi tesori e con essi la sua dignità. Una città venduta agli interessi stranieri? Forse.
Molti pensano che il pericolo possa essere la trasformazione della città in un immenso parco giochi, visitato nell’arco di poche ore, secondo un turismo mordi e fuggi devastante. Un luna park che altri possono replicare in qualsiasi parte del mondo, a Las Vegas come a Macao. Vero. Però alla fine, tutti vogliono vedere l’originale! Che rimane comunque inarrivabile.
I voli low cost hanno dato una mano a portare in laguna milioni di turisti; sono rinati alberghi storici, altri se ne sono aggiunti, alcuni di lusso estremo ed esclusivo, luoghi che si stenta a riconoscere come hotel perché privi di insegne, mimetizzati in palazzi riportati in vita (quelli che per decenni si sono visti fatiscenti), strutture di cui si intuisce la bellezza ritrovata. Un lusso riservato a pochissimi ma che crea lavoro per molti e di cui tutti alla fine traggono beneficio. Nessuno, in nessun secolo, che sia passato per Venezia non ne è stato in qualche modo segnato. Qui si stampavano libri che altrove erano proibiti, la consuetudine con il diverso e lo straniero era la normalità. Arte, cinema, architettura, carnevale sono gli appuntamenti annuali che portano alla ribalta la città, ma tutte le stagioni sono adatte a restarne inguaribilmente ammaliati.

Ho visitato la Biennale con la consueta curiosità, sapendo a priori che molti aspetti dell’evento sono fuori dalla mia portata e tali voglio che rimangano. Non vesto panni che non sono miei. Mi piace occuparmi di oggetti, ma anche lasciarmi colpire da ciò che vedo, fare ipotesi e collegamenti che mi portano in territori talvolta noti, altre volte sconosciuti.
Si parla spesso di design e arte: un binomio che far pensare all’artigianato d’arte, ma anche a quei progetti che nascono da subito per il circuito del collezionismo, oggetti che per la loro unicità concettuale e formale non saranno mai realizzati in serie per un mercato generalizzato. In un certo senso, design e arte collidono, perché l’uno richiama la riproducibilità delle arti industriali, l’altra l’unicità dell’opera artistica. Come a dire: l’utile e il non necessario.

Eppure l’arte non sa fare a meno degli oggetti. L’artista contemporaneo se ne serve per generare reazioni e rimandi che altrimenti sarebbero impensabili, perché viviamo in un mondo popolato di cose, e a quelle facciamo continuamente riferimento. Anche quando sono rifiutate e diventano spazzatura, le cose continuano a comunicare, a lanciare messaggi, che l’artista intercetta e restituisce servendosi di un altro registro. Oggetti trovati, oggetti posti in una diversa prospettiva, oggetti maniacalmente collezionati, ordinati, mescolati: qualsiasi cosa essi siano o siano stati, il gesto artistico li chiama a una vita diversa.
È impossibile confrontarsi con l’arte contemporanea e non ammettere l’importanza di questa relazione. Gli oggetti che l’artista usa come materia, gli oggetti che ritrae nei video, che congela in una fotografia, gli oggetti con i quali si relaziona nelle performance. “Attitudini che diventano forma”, per parafrasare la mostra curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna nel 1969, mostra passata alla storia per il radicale approccio del curatore alla pratica espositiva, concepita come medium linguistico, ora mirabilmente riproposta da “When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013”, a cura di Germano Celant in dialogo con Thomas Demand e Rem Koolhaas, ricostruita presso la Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina (sino al 3 novembre 2013).

Gli oggetti sono da sempre rappresentati nell’arte, quanto il corpo umano, la natura, il paesaggio. Ora invece sono diventati materiale concreto per la costruzione dell’opera d’arte, magari dopo essere stati usati, e prima ancora pensati e prodotti. Paradossalmente, l’artista contemporaneo è un riciclatore ante litteram, di linguaggi, del proprio corpo e talvolta della propria merda, spesso di oggetti.
Di questi gesti e di queste interpretazioni si vedono molti esempi anche ne “Il Palazzo Enciclopedico”, ideato da Massimiliano Gioni per la 55. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Riunire tutto lo scibile dell’arte è un’impresa votata alla sconfitta eppure in qualche modo necessaria. Dalla visita alla Biennale si esce con la certezza che l’accumulo di espressioni, linguaggi e opere sia lo specchio della nostra realtà, frantumata, a portata di mano eppure inconoscibile, ben riassunta dai suoni e dai gesti degli artisti messi in scena da Tino Sehgal, non a caso premiato con il Leone d’oro.

Fonte: La Stampa
Articolo di: Maria Cristina Tommasini